martedì, luglio 29, 2008
Panorama Internazionale
(ICE) - ROMA, 24 LUG - Dopo due anni di stagnazione, la quota di mercato del segmentohard discount (HD) si stabilisce nel 2008 al 13,9% rispetto al 13,5% dell'anno precedente (Studio TNA Worldpanel) e conferma il suo stato di buona salute. Lidl, il numero uno del settore in Francia, aumenta la sua quota dal 4,3% al 4,6%, un livello mai raggiunto prima e legato al periodo di calo del potere d'acquisto e di forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Altro elemento di attrazione per i consumatori: il fatto che le insegne dell'HD, assieme al tradizionale assortimento di prodotti senza marchio, propongono sempre di più dei prodotti di marca, ma a prezzi inferiori a quelli proposti dai supermercati classici. (ICE PARIGI)
BOSNIA ERZEGOVINA: DELTA HOLDING ENTRA NEL MERCATO DELLA FEDERAZIONE
(ICE) - ROMA, 25 LUG - La società Delta Maxi di Banja Luka, che fa parte del consorzio serbo Delta Holding, ha inaugurato la settimana scorsa presso la città di Jajce il nuovo centro commerciale, su una superficie di 2 mila mq. Si tratta del primo centro commerciale appartenente al gruppo Delta Holding sul territorio della Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) che da' lavoro a circa 40 dipendenti. La sua inaugurazione rappresenta il primo passo del gruppo verso il mercato della FBiH. Per l'anno in corso sono previste aperture di centri anche nelle citta' di Sarajevo, Mostar, Tuzla e Zenica. Il gruppo Delta Holding, sul mercato della Repubblica Srpska, detiene gia' una posizione importante ottenuta con l'acquisto dei centri commerciali Boska e Tropic di Banja Luka. (ICE Sarajevo per www.balcanionline.it)
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martedì, luglio 22, 2008
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21 luglio 2008
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venerdì, luglio 18, 2008
Traduciamo e pubblichiamo un articolo apparso sul quotidiano britannico The Guardian il 17 luglio a proposito delle sentenze sui processi per i fatti del G8 del 2001. L'articolo è di Nick Davies. Che cerca di trarre da Genova una lezione per tutte le cosiddette democrazie.
Era poco prima di mezzanotte quando il primo agente di polizia colpì Mark Covell con una manganellata sul braccio sinistro. Covell fece del suo meglio per gridare, in italiano, di essere un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato da agenti in tenuta antisommossa che lo colpivano con i manganelli. Per qualche secondo, è riuscito a rimanere in piedi, fino a quando un colpo sul ginocchio non lo ha gettato sul pavimento. A faccia in giù nell’oscurità, escoriato e spaventato, si rendeva conto di avere agenti tutt’intorno, che si stavano ammassando per attaccare gli edfici delle scuole Diaz e Pertini, dove 93 manifestanti si erano accampati per passare la notte. La speranza di Covell era che gli agenti passassero attraverso la catena che chiudeva il cancello principale senza più occuparsi di lui. Se fosse andata così, avrebbe potuto alzarsi e correre oltre la strada, per cercare riparo nel centro di Indymedia, dove aveva passato gli ultimi tre giorni a scrivere sul summit del G8 e sulla violenta gestione dell’ordine pubblico. In quel momento, un funzionario di polizia si è lanciato su di lui e gli ha dato un calcio al petto talmente forte da comprimere verso l’interno l’intera parte sinistra della sua gabbia toracica e rompendogli una mezza dozzina di costole, i cui detriti hanno perforato la pleura. Covell, un metro e sessanta, è stato letteralmente sollevato dal pavimento e sbalzato in strada dal calcio. Ha sentito il poliziotto ridere mentre un pensiero si formava nella sua testa: «Non me la caverò». La squadra antisommossa stava ancora trafficando al cancello principale, e allora un gruppo di agenti pensò di ingannare il tempo usando Covell come pallone. Questa serie di calci gli ha procurato la frattura di una mano e lesioni alla spina dorsale. Da qualche parte alle sue spalle, Covell ricorda di aver sentito un altro agente gridare «Basta» prima di sentire il suo corpo trascinato sul pavimento.
A quel punto, un veicolo corazzato della polizia ruppe i cancelli della scuola e 150 agenti, per la maggior parte con caschi, scudi e manganeli, fece irruzione nell’edificio indifeso. Due agenti si fermarono per occuparsi di Covell: uno gli ha rotto la testa con il manganello; l’altro lo ha preso a calci in bocca, facendogli sputare una dozzina di denti. Covell svenne. Ci sono molte buone ragioni per non dimenticare quello che è successo a Covell, che allora aveva 33 anni, quella notte a Genova. La prima è che era solo l’inizio. Per la mezzanotte del 21 luglio 2001, quegli agenti di polizia stavano sciamando in tutti i piani della Diaz, e dispensavano il loro particolare tipo di punizione alle persone che stavan lì, fino a ridurre il dormitorio improvvisato in quella che più tardi uno degli agenti avrebbe descritto come «una macelleria messicana». Loro e i loro colleghi avrebbero poi arrestato illegalmente le vittime in un centro di detenzione, diventato un luogo di puro terrore.
La seconda ragione è che, sette anni dopo, Covell e le altre vittime stanno ancora aspettando giustizia. Lunedì, 15 poliziotti, guardie carcerarie e medici penitenziari sono stati finalmente condannati per la parte avuta nelle violenze–sebbene nessuno di loro andrà in prigione. In Italia, gli imputati non vanno in prigione fino a quando non hanno esaurito tutti i gradi di giudizio; e in questo caso, le condanne e le sentenze saranno cancellate dalla prescrizione, l’anno prossimo. Nel frattempo, i politici che erano responsabili per la polizia e per il personale penitenziario, non hanno mai dato alcuna spiegazione. Le domande fondamentali, su come tutto ciò sia potuto accadere, rimangono inevase e alludono alla terza e più importante ragione per ricordare Genova. Non è semplicemente la storia di un funzionario di polizia che esce dai ranghi, ma qualcosa di peggiore e più preoccupante sotto la superficie. Il fatto che questa storia possa essere raccontata è frutto di sette anni di duro lavoro di un gruppo di coraggiosi pubblici ministeri, guidati da Emilio Zucca. Aiutato da Covell e dal proprio staff, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato cinquemila ore di video, oltre che migliaia di fotografie. Messi assieme, raccontano una storia incotrovertibile, che iniziò a svilupparsi mentre Covell sanguinava a terra.
La polizia fa irruzione nella scuola Diaz. Alcuni di loro gridavano «Black bloc! Vi uccideremo!», ma se avessero davvero pensato di avere di fronte gli anarchici del Blocco nero che avevano causato un violento caos in alcune zone della città nei giorni precedenti, avrebbero commesso un errore. La scuola era stata concessa dalla municipalità di Genova come base per i manifestanti che non avevano nulla a che fare con gli anarchici: avevano anche messo qualcuno di guardia per evitare infiltrazioni. Uno dei primi a vedere la squadra antisommossa fu Michael Geiser, un 35 enne economista belga, che poi ha descritto come in quel momento si era appena messo il pigiama e stava facendo la coda per il bagno, con tanto di spazzolino in mano, quando il raid ebbe inizio. Giesere crede nella forza del dialogo e all’inizio andò verso gli agenti dicendo «Dobbiamo parlare». Poi vide i giubbotti imbottiti, i caschi, i manganelli e cambiò idea scappando per le scale. Altri sono stati più lenti. Erano ancora nei sacchi a pelo. Un gruppo di dieci spagnoli si svegliò con i colpi dei manganelli. Alzarono le mani in segno di resa. E sempre più agenti li picchiavano in testa, tagliando e ferendo e rompendo arti, compreso il braccio di una signora di 65 anni. Da un lato della stanza, alcuni giovani sedevano davanti ai computer e mandavano email a casa. Una di loro era Melanie Jonasch, 28 anni, studente di archeologia a Berlino, volontaria nella gestione dell’edificio, che non era nemmeno stata alle manifestazioni. Lei ancora non riesce a ricordare cosa è successo. Ma molti altri testimoni hanno raccontato come gli agenti le si sono lanciati addosso, picchiandola in testa così forte da farle perdere subito i sensi. Quando cadde, gli agenti la circondarono, picchiandola ancora e prendendola a calci, sbattendole la testa contro una lavagna e lasciandola in una pozza di sangue. Katherina Ottoway, che ha visto tutto questo, ricorda: «Tremava tutta. I suoi occhi erano aperti ma girati. Pensavo che sarebbe morta». Nessuno di quelli che erano a terra è riuscito a evitare ferite. Come Zucca ha scritto nel suo atto d’accusa: «Nel giro di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra erano stati ridotti in uno stato di completa impotenza, i lamenti dei feriti si mischiavano con il suono delle richieste di ambulanze». Poi i tutori della legge sono saliti lungo le scale. Nel corridoio del primo piano trovarono un gruppo di persone, compreso Geiser, ancora con lo spazzolino in mano. «Qualcuno consigliò di sdraiarci, per far vedere che non facevamo resistenza. E così ho fatto. Gli agenti sono arrivati e hanno iniziato a picchiarci, uno per uno. Mi sono protetto la testa con le mani e ho pensato ‘Devo sopravvivere’. La gente attorno gridava, ‘per favore, basta’. Anche io l’ho detto. Pensavo a una macelleria, ci stavano trattando come animali».
Gli agenti abbatterono le porte delle stanze che portavano fuori dal corridoio. In una stanza trovarono Dan MacQuillan e Norman Blair, arrivati da Stansted per mostrare il loro appoggio «a una società libera e uguale dove le persone vivono in armonia». I due inglesi e il loro amico neozelandese Sam Buchanan avevano sentito l’attacco ai piani inferiori e stavano cercando di nascondersi sotto alcuni tavoli nell’angolo di una stanza buia. Una decina di agenti fece irruzione e li scovò con una torcia e, per quanto MacQuillan stesse con le mani alzate dicendo ‘Piano, piano’, li picchiarono, causandogli molte ferite e tagli e rompendo il polso di MacQuillan. Norman Blair ricorda: «Potevo sentire il veleno e il loro odio». Gieser era nel corridoio: «La scena attorno a me era coperta di sangue, dappertutto. Un poliziotto gridò ‘Basta’. Una parola che sembrava una speranza. Eppure non si fermavano. Continuavano con piacere. Alla fine si sono fermati, ma come se si togliesse un giocattolo a un bambino, riluttanti». In quel momento c’erano agenti in tutti i quattro piani dell’edificio, che prendevano a calci e picchiavano. Molte vittime hanno descritto una specie di sistema della violenza, con ogni agente che picchiava ogni persona che si trovasse davanti, prima di passare alla successiva, mentre un collega picchiava quella di prima. Sembrava importante che chiunque fosse ferito. Nicola Doherty, 26 anni, un’assistente di Londra, ha descritto come il suo partner Richard Moth si sia sdraiato per proteggerla: «Potevo sentire ogni colpo sul suo corpo. I poliziotti si spostavano oltre Richard per colpire ogni mia parte esposta». Ha cercato di proteggersi la testa con le mani e le hanno rotto un polso.
In uno dei corridoi, gli agenti avevano ordinato a un gruppo di giovani uomini e donne di inginocchiarsi per poterli picchiare meglio sulle spalle e sulla testa. E’ stato in quel momento che Daniel Albercht, 21 anni, studente di violoncello di Berlino, ha riportato una frattura alla testa talmente profonda da avere bisogno di un’operazione chirurgica per fermare l’emorragia celebrale. Attorno all’edificio, gli agenti avevano impugnato i manganelli al contrario, per usare l’impungatura a L come un martello. E in tutta questa violenza, ci sono stati momenti in cui la polizia ha preferito l’umiliazione: l’agente che stava a gambe divaricate di fronte a una donna ferita e inginocchiata, le ha preso la testa per tirarsela verso l’inguine, prima di girarsi e fare la stessa cosa con Daniel Albercht, inginocchiato accanto a lei; l’agente che durante i pestaggi ha usato il coltello per tagliare una ciocca di capelli alle sue vittime, compreso Nicola Doherty; gli insulti continui; l’agente che ha chiesto a un gruppo di persone se stavano bene e ha reagito con una nuova manganellata a chi ha detto ‘No’. Qualcuno è sfuggito, almeno per un po’. Karl Boro è riuscito a raggiungere il tetto ma poi ha fatto l’errore di rientrare nell’edificio, dove lo hanno ridotto con un braccio ferito, una frattura cranica e sangue nel petto. Jaraslaw Engel, dalla Polonia, era riuscito a usare le impalcature attorno all’edificio per uscire dalla scuola, ma è stato intercettato in strada da alcuni agenti, che gli hanno rotto la testa, prima di mettersi a fumare mentre il suo sangue bagnava l’asfalto. Due degli ultimi a essere presi sono stati una coppia di studenti tedeschi, Lena Zuhlke, di 24 anni, e il suo compagno Niels Martensen. Si erano nascosti in un armadietto delle pulizie, al piano superiore. Hanno sentito gli agenti avvicinarsi, sbattendo i manganelli lungo i muri. La porta dell’armadietto si aprì, Martensen è stato trascinato fuori e picchiato da una decina di agenti in semicerchio attorno a lui. Zulkhe è scappata nel corridoio e si è nascosta nei bagni. Gli agenti l’hanno vista, inseguita e trascinata per i dreadlock. Nel corridoio, hanno giocato con lei come cani con un coniglio. E’ stata picchiata in testa e presa a calci quando era a terra, fino a che non le hanno rotto le costole. E’ stata bloccata al muro, dove un agente le ha dato una ginocchiata all’inguine, mentre gli altri continuavano a pestarla con i manganelli. Quando è scviolata a terra, hanno continuato a picchiarla: «Sembrava che si divertissero e quando gridavo sembrava che si divertissero di più».
Gli agenti trovarono un estintore e spruzzarono la schiuma sulle ferite di Martensen. La sua compagna è stata trascinata per le scale, dai capelli, testa in avanti. Hanno portato Zulkhe fino al piano terra, dove avevano radunato tutti i prigionieri dagli altri piani, in un caos di sangue ed escrementi. L’hanno gettata su altre due persone, immobili, tanto che Zulkhe chiese cautamente se erano ancora vivi. Senza risposta, anche lei si accasciò sul pavimento, incapace di muovere il braccio destro, e di fermare il tremore al braccio sinistro e alle gambe, nonché il sangue. Un gruppo di agenti passava lì vicino, e ciascuno si tolse il fazzoletto per sputarle addosso. Perché dei tutori della legge possono comportarsi con tanto disprezzo della legge? La semplice risposta può essere quella che veniva gridata dai manifestanti fuori dalla scuola, che scelsero una parola che sapevano i poliziotti avrebbero capito. «Bastardi». Ma c’è qualcos’altro, qui, qualcosa emerso più chiaramento nei giorni successivi.
Covell e decine di altre vittime furono portate nell’ospedale San Martino, dove gli agenti camminavano nei corridoi facendo suonare i manganelli nel palmo delle mani, ordinando ai feriti di non guardare fuori dalla finestra o di non muoversi, tenendoli ammanettati e poi, spesso con le ferite ancora non chiuse, portandoli con decine di altri manifestanti nel centro di detenzione di Bolzaneto. I segni di qualcosa di peggiore apparvero all’inizio in modo superficiale. Alcuni agenti avevano canzoni fasciste come suonerie dei loro telefonini e parlavano con entusiasmo di Mussolini e Pinochet. Più volte, è stato ordinato ai prigionieri di gridare «Viva il duce». Alcune volte, i prigionieri sono stati minacciati per costringerli a cantare canzoni fasciste. Le 222 persone detenute a Bolzaneto sono state sottoposte a condizioni che i pubblici ministeri hanno descritto come tortura. Al loro arrivo, venivano marchiati con una croce di vernice su ogni guancia e molti di loro sono stati costretti a camminare in mezzo a due linee parallele di funzionari che li prendevano a calci e a manganellate. La maggior parte è stata ammassata in celle grandi, con oltre 30 persone. Lì venivano costretti a rimanere in piedi per molto tempo, con la faccia verso il muro, le braccia alzate e le gambe larghe. Chi non ce la faceva, veniva insultato, picchiato umiliato. Mohammed Tabach, con una gamba artificiale, non poteva farcela e si è beccato due spruzzate di spray urticante in faccia e poi un pestaggio particolarmente brutale. Norman Blair avrebbe poi ricordato che mentre stava in questa posizione, un agente gli chiese: «Chi è il tuo governo»? «La persona prima di me aveva risposto Polizei e io ho fatto la stessa cosa per non essere picchiato». Stefan Bauer ha osato replicare: quando un agente che parlava tedesco gli ha chiesto di dove fosse, lui ha risposto che era dell’Unione europea e aveva il diritto di andare dove voleva. E’ stato preso, picchiato, spruzzato con lo spray urticante, spogliato nudo e gettato sotto una doccia gelata. I suoi vestiti sono stati gettati via ed è stato rimandato nella cella gelata solo con addosso una tuta da ospedale. Tremando sul freddo marmo della cella, i prigionieri non ricevevano né coperte, né cibo e gli veniva negato il diritto di fare una telefonata a un legale, cui avrebbero avuto diritto. Dalle altre celle si sentivano urla e pianti. Agli uomini e alle donne con i dreadlock sono stati tagliati grossolonamente i capelli fino alla cute. Marco Bistacchia è stato portato davanti a un agente, spogliato, fatto inginocchiare, abbaiare come un cane e gridare «Viva la polizia italiana». Un agente ha detto al quotidiano italiano La Repubblica, in condizioni di anonimato, di aver visto alcuni agenti urinare addosso ai detenuti e picchiarli per essersi rifiutati di cantare Faccetta nera, una canzone dell’era fascista. Ester Percivati, una giovane donna turca, ricorda le guardie che la insultavano mentre andava in bagno, dove un’agente donna l’ha costretta a infilare la testa nella tazza, mentre un maschio commentava, «Bel culo! Ci vuoi un manganello?». Molte donne hanno riferito di minacce di stupro. Perfino l’infermeria era pericolosa. Richard Moth, coperto di tagli ed escoriazioni, ha avuto suture sulla testa e sulle gambe senza anestesia: «Un’esperienza molto dolorosa. Dovevano tenermi fermo. ». Tra i condannati di lunedì c’è anche personale medico della prigione. Tutti sono d’accordo che non si trattava di un modo per far parlare i detenuti, ma solo di un esercizio di paura. Che ha funzionato. Nelle dichiarazioni, i prigionieri hanno descritto le loro sensazioni di impotenza, di isolamento dal resto del mondo, in un mondo senza leggi né regole. La polizia ha perfino fatto firmare delle dichiarazioni di rinuncia a tutte le tutele legali. Un uomo, David Laroquelle, ha testimoniato di essersi rifiutato di firmare, e di aver avuto tre costole rotte. Anche Percivati si è rifiutata, ed è stata sbattuta contro un moro, occhiali rotti e naso sanguinante. Il mondo esterno ha ricevuto alcuni resoconti molto distorti di tutto questo. Nell’ospedale di San Martino, il giorno dopo il suo pestaggio, Covell si sentì scuotere da una persona che gli sembrò essere dell’ambasciata britannica. Solo quando ha visto il fotografo accanto a lei ha capito che era una reporter del Daily Mail. In prima pagina, il giorno dopo, c’era un resoconto del tutto falso che lo descriveva come il cervello delle rivolte. [Quattro lunghi anni più tardi, il Mail ha chiesto scusa e ha pagato a Covell il risarcimento per l’invasione della privacy]. Mentre i suoi cittadini venivano picchiati e tormentato in uno stato di detenzione illegale, i portavoce del primo ministro Tony Blair, dichiarava: «La polizia italiana ha dovuto svolgere un compito difficile. Il primo ministro crede che lo abbiano fatto». La polizia italiana ha fornito ai media una ricca messe di falsità. Perfino mentre i corpi sangunanti venivano portati via dalla Diaz, gli agenti dicevano ai giornalisti che le ambulanze che erano sul posto non avevano nulla a che vedere con il blitz e che le ferite, chiaramente freschissime, erano vecchie e che l’edificio era pieno di violenti estremisti che avevano attaccato gli agenti. Il giorno dopo, alti funzionari hanno tenuto una conferenza stampa per annunciare che tutte le persone trovate nell’edificio sarebbero state accusate di resistenza e di associazione a delinquere finalizzata al saccheggio. I tribunali italiani hanno fatto cadere ogni capo d’accusa contro ogni persona. Compreso Covell. I tentativi della polizia di accusarlo di una serie di reati molto gravi sono stati descritti dal pm Zucca come «grotteschi».
In quella stessa conferenza stampa, la polizia mostrò un bagaglio di quelle che secondo loro erano armi. C’erano sbarre, martelli, chiodi che gli agenti stessi avevano preso da un magazzino di edilizia vicino alla scuola. C’erano strutture di zaini in alluminio, presentate come armi offensive; 17 macchine fotografiche; 13 paia di occhialetti da piscina; 10 coltellini e una bottiglia di lozione solare. Mostrarono anche due bottiglie molotov che, ha concluso Zucca, la polizia aveva trovato prima in un’altra zona della città e portato alla Diaz dopo la fine del raid. Questa disonestà pubblica era parte di un più ampio sforzo per insabbiare quello che era successo. Nella notte del raid, un reparto di 59 poliziotti è entrato nell’edificio di fronte alla Diazx, dove Covell e altri avevano allestito il loro centro media e dove, elemento cruciale, era sistemato un gruppo di avvocati che avevano raccolto le prove della violenza della polizia nelle manifestazioni dei giorni precedenti. Gli agenti sono entrati nella stanza degli avvocati, minacciato gli occupanti, distrutto i computer, sequestrato gli hard-disk e portato via qualsiasi cosa contenesse foto o filmati. Mentre i tribunali rifiutavano di convalidare le accuse contro gli arrestati, la polizia riuscì ad ottenere un ordine di espulsione per tutti gli stranieri, con il divieto di ritorno in Italia per cinque anni. Così, i testimoni venivano tolti di scena. Come per le accuse, gli ordini di espulsione sono stati poi cancellati, in quanto illegali, dal tribunale.
Zucca si è aperto la strada attraverso anni di dinieghi e insabbiamenti. Nel suo resoconto, ha scritto che tutto i funzionari di alto rango hanno negato di aver avuto un ruolo: «Non un solo funzionario ha ammesso di aver avuto un ruolo di comando in qualche aspetto dell’operazione». Un funzionario che aveva era stato ripreso in un video sul posto, ha poi spiegato che era fuori servizio e che era lì sono per assicurarsi che i suoi uomini non fossero feriti. Le dichiarazioni della polizia sono state mutevoli e contraddittorie e contraddette dalla valanga di prove delle vittime e di molti video: «Non un solo agente dei 150 presenti ha riferito informazioni precise su un episodio individuale». Senza Zucca, senza l’atteggiamento fermo dei tribunali italiani, senza il lavoro di Covell nell’assemblare i video girati durante il raid alla Diaz, la polizia avrebbe potuto schivare la responsabilità e avrebbe potuto assicurarsi false accuse e perfino sentenze di condanna contro le vittime. Oltre al processo per Bolzaneto, concluso lunedì, 28 altri agenti, alcuni molto in alto nei ranghi, sono sotto processo per il raid alla Diaz. E di nuovo la giustizia è stata compromessa. Nessun politico italiano è stato chiamato a rispondere, nonostante il forte sospetto che la polizia abbia agito come se qualcuno avesse promesso l’impunità. Un ministro ha visitato Bolzaneto mentre i detenuti venivano maltrattati e apparentemente non ha visto nulla oppure non ha visto nulla che ha pensato di dover fermare. Un altro, Gianfranco Fini, ex segretario nazionale del partito neo-fascista Msi, e allora vice primo ministro–secondo i resoconti dei media di allora–era nel quartier generale della polizia. Non gli è mai stato chiesto di spiegare che ordini abbia dato. Molti delle centinaia di tutori della legge coinvolti nella Diaz e a Bolzaneto se la sono cavata senza alcuna punizione o accusa. Nessuno è stato sospeso; alcuni sono stati promossi. Nessuno degli agenti processati per Bolzaneto è stato accusato di tortura–la legge italiana non prevede questo reato. Alcuni alti funzionari che in origine avrebbero dovuto essere accusati per il raid alla Diaz sono stati scagionati semplicemente perché Zucca non è riuscito a provare l’esistenza di una catena di comando. Anche adesso, il processo a 28 agenti è a rischio perché il primo ministro Silvio Berlusconi sta spingendo un disegno di legge per rinviare tutti i processi che hanno a che fae con fatti accaduti prima del giugno 2002. Nessuno è stato incriminato per la violenza inflitta a Covell. Come dice uno degli avvocati delle vittime, Massimo Pastore: «Nessuno vuole ascoltare ciò che questa storia ha da dire». Si tratta di fascismo. Ci sono molte voci sul fatto che la polizia, i carabinieri e il personale penitenziario appartenessero a gruppi fascisti, ma non sono state trovate le prove. Pastore dice che così, comunque, si manca il punto principale: «Non è questione di pochi fascisti ubriachi. Nessuno ha detto ‘no’. Questa è la cultura del fascismo». Al cuore, tutto ciò coinvolge quello che Zucca nel suo rapporto descrive come «una situazione in cui ogni stato di diritto è stato sospeso».
Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz, 19 uomini hanno usato aerei carichi di passeggeri come bombe volanti e hanno modificato il nucleo dei principi su cui le democrazie occidentali si erano basate. Da allora, politici che mai accetterebbero di essere chiamati fascisti, hanno accettato intercettazioni telefoniche di massa e controllo delle email, detenzioni senza processo, torture sistematiche, annegamento simulato dei detenuti, arresti domiciliari illimitati e l’uccisione mirata dei sospetti, mentre le procedure dell’estradizione sono state sostituite dalle extraordinary rendition. Non è fascismo con dittatori in stivali e schiuma alla bocca. E’ il pragmatismo di politici rovesciati dal didentro. Ma l’esito sembra molto simile. Genova ci dice che quando lo stato si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque.
Il futuro che fu
International Petroleum Industry Environmental Conservation Association
2nd Floor, Monmouth House, 87–93 Westbourne Grove, London W2 4UL
Telefono: +44 (0)20 7221 2026 Facsimile: +44 (0)20 7229 4948
© IPIECA 1991.
Unità Sicurezza sul Lavoro, Qualità e Protezione dell’Ambiente, ENI Roma.
---------------------- FACSIMILE---------------------
Questo è il primo di una nuova serie di rapporti commissionati dall’IPIECA (International Petroleum
Industry Environmental Conservation Association). L’intera serie di rapporti costituirà il contributo
collettivo dei membri IPIECA al dibattito mondiale sullo stato di preparazione e sulla capacità di
intervento in caso di sversamenti in mare, avviato a seguito dei gravi casi di sversamenti petroliferi
avvenuti negli anni 1989/90.
Nel preparare questi rapporti—che riportano l’opinione condivisa da tutti i membri—l‘IPIECA si
è basata su una serie di principi che ogni organizzazione impegnata nel trasporto di prodotti
petroliferi via mare dovrebbe prendere in considerazione nel gestire le operazioni relative al trasporto,
alla movimentazione ed allo stoccaggio di petrolio e di prodotti petroliferi:
G E’ estremamente importante concentrare gli sforzi sulla prevenzione degli sversamenti.
G Nonostante tutti gli sforzi intrapresi dalle singole organizzazioni, gli sversamenti
continueranno a verificarsi con un impatto sull’ambiente locale.
G Gli interventi previsti in caso di sversamenti accidentali dovrebbero cercare di ridurre al
minimo la gravità del danno ambientale e di accelerare il ripristino ambientale di ogni
ecosistema danneggiato.
G Gli interventi pianificati dovrebbero sempre cercare, nella misura più ampia possibile, di
integrare e di utilizzare le capacità naturali di recupero.
In pratica è necessario che le procedure operative per il trasporto, la movimentazione e lo
stoccaggio di petrolio e di prodotti petroliferi tengano ben presenti idonee misure preventive per
evitare gli sversamenti. Ferma restando l’inevitabilità di futuri sversamenti, i responsabili dovrebbero
attribuire un elevato grado di priorità all’elaborazione di piani di emergenza che potranno garantire
interventi tempestivi al fine di attenuare le conseguenze di eventuali sversamenti. Questi piani
dovrebbero essere sufficientemente flessibili per fornire una risposta adeguata alla natura
dell’operazione, all’entità dello sversamento, alle caratteristiche geografiche e climatiche locali. Le
risorse umane destinate a tale risposta dovrebbero essere sempre pronte ad intervenire con mezzi
efficaci e mantenuti ad alto livello di efficienza. Sono necessarie esercitazioni per addestrare il
personale in tutte le tecniche di gestione dell’emergenza e di intervento, e per collaudare i piani di
emergenza i quali devono essere il risultato di una collaborazione tra tecnici del settore pubblico e privato.
E’ opportuno riconoscere l’efficacia potenziale degli accordi di cooperazione e di joint venture tra
compagnie petrolifere e imprese appaltatrici per quanto concerne la realizzazione di interventi in caso
di sversamenti accidentali di petrolio. Si raccomandano revisioni e verifiche periodiche di tali accordi
al fine di mantenere un elevato livello di capacità di efficienza operative.
Una stretta cooperazione tra l’Industria e la Pubblica Amministrazione nella pianificazione delle
emergenze garantirà il massimo livello di coordinamento e di intesa tra i piani di emergenza industriali
e pubblici. Questa forma di cooperazione dovrebbe riguardare anche il sostegno delle misure di
conservazione ambientale adottate dalla Pubblica Amministrazione nelle aree di attività industriali.
Considerando che la popolazione ed i mezzi di informazione sono direttamente interessati allo
svolgimento delle attività petrolifere industriali, in modo particolare in relazione agli sversamenti di
petrolio, è importante mantenere un rapporto di collaborazione costruttivo con i media e con il
pubblico per diminuire i loro timori e per rassicurarli che la risposta ad eventuali incidenti sarà
immediata e, per quanto possibile, completa nei limiti delle nostre capacità di intervento.
Inoltre, è importante che gli interventi di ripristino vengano attuati con tecniche, comprese quelle
per lo smaltimento dei rifiuti, che minimizzino il danno sia all’ecosistema sia alle bellezze naturali in
genere. A questo riguardo, un fondamentale contributo è dato da un impegno finanziario sempre
crescente nei confronti della ricerca scientifica applicata ai metodi di prevenzione, contenimento e
mitigazione in caso di sversamento di petrolio.
SOMMARIO
PREFAZIONE
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3
Gli sversamenti di petrolio continuano a fare notizia sulle prime pagine dei
giornali. Lo shock dovuto all’impatto iniziale ed alla confusione conseguenti ad
uno sversamento giustifica la preoccupazione della popolazione verso l’entità del
danno e le possibilità di porgli rimedio. In realtà, chiunque si venga a trovare ad
agire in occasione di uno sversamento avrà a disposizione una casistica di incidenti
ed una serie di informazioni sperimentali che sono state raccolte a partire dal caso
della Torrey Canyon del 1967.
Lo scopo di queste note informative consiste nel riassumere le conoscenze emerse
dalle esperienze passate sugli effetti biologici a breve e lungo termine
dell’inquinamento da petrolio. Con esse si intende fornire un ausilio a coloro che si
trovano ad affrontare problemi legati alla valutazione dei danni, alla previsione
delle eventuali conseguenze a lungo termine o alle operazioni di decontaminazione.
Avendo scelto una prospettiva globale, si presentano esempi di ambienti tropicali,
temperati e freddi. All’ambiente marino è dedicata la maggiore attenzione, ma
viene fatto qualche riferimento anche ad altri ambienti. Sono fornite
raccomandazioni per ulteriori letture, costituite da libri o raccolte di articoli, a loro
volta corredati di dettagliati riferimenti bibliografici.
Jenifer M Baker
INTRODUZIONE
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L’impatto iniziale può essere minimo (ad esempio, a seguito di uno sversamento in
mare aperto) oppure provocare la morte di ogni forma vivente di una particolare
comunità biologica. Un’area umida a mangrovie che sia stata invasa da petrolio
greggio, con la conseguente morte degli alberi di mangrovie e della fauna associata,
può costituire un quadro particolarmente desolante.
I tempi di ripristino a seguito di uno sversamento possono variare da pochi giorni a
più di 10 anni. Non esiste una correlazione precisa tra l’entità di uno sversamento e
l’estensione del danno, in quanto numerosi altri fattori influenzano il grado del
danno ed i tempi di ripristino.
4
DANNO DA INQUINAMENTO
PETROLIFERO ED ASPETTI BIOLOGICI
Golfo di Guinea
0
2
km
Nord
villaggio di pescatori
spiaggia sabbiosa
A destra: Dettaglio del vasto ecosistema a
mangrovie rappresentato dal Delta del Niger.
L’intricato sistema idrografico funziona da
trappola per il petrolio, con conseguenze
potenzialmente gravi per gli alberi di
mangrovie.
A destra: Questo è quanto rimane di una
foresta di mangrovie che è stata completamente
distrutta dal petrolio.
Accanto: Ricoperte dal petrolio, queste ostriche
fissate alle radici delle mangrovie stanno
morendo.
LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
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5
L’IMPORTANZA DELLE ZONE UMIDE E
DELLE ACQUE BASSE COSTIERE
In basso a sinistra: Ostriche su mangrovie
nell’Africa occidentale.
In basso al centro: Alghe e fucus, Irlanda.
In basso a destra: Trappola per pesci prospiciente
le mangrovie indonesiane.
A sinistra: Catena trofica in un tipico estuario.
La World Conservation Strategy (IUCN/UNEP/WWF 1980) ha indicato
all’attenzione generale l’importanza delle zone umide e delle acque basse costiere
verso le quali si possono dirigere le macchie di petrolio. Queste aree—soprattutto
estuari ed aree umide a mangrovie—assicurano cibo e rifugio sia ad uccelli acquatici
sia a pesci, crostacei e molluschi che rappresentano circa i due terzi della produzione
ittica mondiale. In alcune di queste aree si svolgono le attività di pesca più
remunerative del mondo, ad esempio quella che riguarda i gamberi. Anche le
praterie di alghe agiscono come zone di rifugio per gli stadi giovanili e come fonte di
risorse nutritive per specie di pesci economicamente importanti. Gli ecosistemi
corallini sono di vitale importanza, anche se più a livello locale, formando un habitat
per i pesci dai quali dipendono molte comunità rivierasche di paesi in via di sviluppo.
invertebrati
terrestri
erbivori
invertebrati
terrestri
predatori
uccelli
pesci
invertebrati
acquatici
predatori
organismi
detritivori
microfauna
bentonica
detriti
organici
e batteri
consumatori di
particelle in
sospensione
zooplanctonti
predatori
zooplanctonti
erbivori
fitoplancton
alghe bentoniche
vegetazione dotata di
apparato radicale
Page 8
Tipo di petrolio
I greggi ed i prodotti petroliferi differiscono notevolmente per la loro tossicità.
Esperimenti condotti su piante ed animali hanno dimostrato che effetti tossici gravi
sono associati a composti a basso punto di ebollizione, in particolare agli aromatici. Il
più grave danno tossico è causato da sversamenti di greggio leggero, specialmente se
confinato in una piccola area. Sversamenti di greggio pesante, come alcuni greggi e
prodotti combustibili Bunker C, possono ricoprire tratti di spiaggia e uccidere gli
organismi presenti per soffocamento (un effetto fisico) piuttosto che per effetti tossici acuti.
La tossicità del petrolio si riduce in funzione del suo tempo di permanenza in
mare. Infatti, uno sversamento di greggio che raggiunge una spiaggia rapidamente sarà
più tossico per la vita costiera di un altro, soggetto all’azione degli agenti fisici in mare
per diversi giorni prima di arenarsi. Il petrolio sversato dalla Exxon Valdez in Alaska si
era alterato in mare prima di arrivare sulla maggior parte delle spiagge. Nella foto in
alto, alcune piante di segale sulla spiaggia del Prince William Sound sopravvivono in
presenza di petrolio residuo, a dimostrazione della sua bassa tossicità. Talvolta, come
negli esperimenti riportati nella pagina successiva, greggi pesanti e degradati dalla
permanenza in mare hanno addirittura stimolato la crescita delle piante.
Quantità di petrolio
Se il quantitativo di petrolio sversato è elevato, la penetrazione entro i sedimenti può
aumentare: cresce in questo caso la possibilità che le masse oleose, aggregando pietrisco
e ghiaia nel processo di solidificazione, formino strati duri persistenti. Questi pavimenti
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FATTORI CHE CONDIZIONANO
L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
A destra: Effetto erbicida di un prodotto
raffinato leggero sversato in un canale.
Sopra: Piante di segale che seguitano a crescere
in presenza di greggio residuo, rimasto a lungo
in mare (Prince William Sound, Alaska).
LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
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7
FATTORI CHE CONDIZIONANO L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
asfaltici, aventi in genere spessore di 5–10 cm ed ampiezza di 1–30 m, permangono più
a lungo sulla zona di retrospiaggia ove possono costituire una barriera fisica che ostacola
la ricolonizzazione di piante e arbusti. Dopo uno sversamento, la rimozione in massa
del petrolio effettuata da squadre di intervento può accelerare in alcuni casi il
ripristino, riducendo l’effetto di soffocamento delle specie biologiche e la possibilità di
formazione di pavimenti asfaltici. Un interessante confronto è dato dagli incidenti della
Metula e della Exxon Valdez. In entrambi i casi si trattava di sversamenti di petrolio
greggio in ambienti di acque fredde, rispettivamente lo Stretto di Magellano e il Prince
William Sound. Nei due casi, grandi quantità di petrolio (particolarmente in forma di
aggregati viscosi ‘mousse’) hanno raggiunto zone costiere di vario tipo. Non c’è stato
intervento di rimozione nel caso della Metula, mentre nell’incidente della Exxon
Valdez è stata messa in atto una massiccia operazione di bonifica. Nello Stretto di
Magellano, agglomerati di petrolio, sabbia, ghiaia e ciottoli (‘moussecrete’) si sono
solidificati formando pavimenti asfaltici che raggiungevano eccezionalmente i 400 m di
larghezza. Col tempo questi strati sono stati gradualmente erosi, ma alcuni residui
sono ancora presenti a 16 anni dallo sversamento. Nel Prince William Sound e nel
Golfo di Alaska è stata evitata quasi completamente la formazione di questi pavimenti
asfaltici.
Fattori geomorfologici
In mare aperto è più facile che lo strato di petrolio si disperda; per questa ragione,
alcuni grandi sversamenti (la petroliera Argo Merchant e l’eruzione della piattaforma
offshore Ekofisk Bravo) hanno provocato un danno ecologico limitato. A ridosso della
costa, il danno può rivelarsi più pronunciato in acque basse di baie ed insenature
protette, dove la concentrazione di petrolio nell’acqua può raggiungere livelli
maggiori rispetto al mare aperto. Lo stesso discorso vale per i laghi interni e per alcuni
sistemi fluviali.
Altezza media dei germogli di Spartina (cm)
altezza dei germogli (cm)
controlli
corexit 7664
LWFC
HWFC
mousse
LWFC: ‘lightly-weathered’ forties crude (greggio forties ‘leggermente degradato’)
HWFC: ‘heavily weathered’ flotta crude (greggio flotta ‘fortemente degradato’)
trattamenti (doppi appezzamenti)
60
50
40
30
20
10
0
A sinistra: Effetti di trattamenti sperimentali
con greggio e con disperdente sulla crescita dei
germogli di piante comuni di paludi salmastre
(Spartina anglica). Le misure riportate sono
state effettuate 4 mesi dopo il trattamento. Un
greggio Forties ‘leggermente degradato’
(distillato fino alla completa eliminazione dei
dodecani) ha fatto morire la maggior parte dei
germogli. Un greggio Flotta (residuo di
raffineria, n-C = 20+) ‘fortemente degradato’
ne ha stimolato la crescita. Una mousse
(proveniente dallo sversamento della Christos
Bitas) ha fatto registrare risultati variabili di
stimolazione della crescita. Il disperdente
Corexit 7664 diluito non ha influenzato la
crescita.
Sotto: Masse di petrolio, spesso incorporanti
pietrisco e ghiaia, solidificano formando
pavimenti asfaltici persistenti.
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Il petrolio che raggiunge le coste può subire destini variabili e
provocare una serie di effetti. Questi sono condizionati da due
importanti fattori: il livello di energia della costa (grado di
esposizione all’energia del moto ondoso) ed il tipo di substrato. Su
coste rocciose esposte, gli effetti dannosi nei confronti delle forme
di vita costiera tendono ad essere minimi ed i tempi di ripristino
brevi, poiché il petrolio non aderisce facilmente su questo tipo di
superficie. Qualora ciò in parte si verificasse, il petrolio verrebbe
rapidamente rimosso dalla vigorosa azione delle onde. Più le coste
rocciose sono riparate, più aumenta la persistenza del petrolio.
Elevata persistenza si ha anche sulle biomasse algali, dove è
probabile l’intrappolamento del petrolio. Le aree litorali più
riparate sono in genere quelle con sedimenti sabbiosi, oppure con
battigia fangosa: tra di esse vi sono le paludi costiere e, nei tropici,
le aree umide a mangrovie. Tali zone possiedono un’alta
produttività biologica ma rappresentano anche le peggiori
trappole per il petrolio e per questo motivo sono oggetto di
particolare attenzione quando avviene uno sversamento.
La correlazione generale tra il livello di energia della costa ed
i tempi di ripristino biologico è evidenziata nella figura della
pagina successiva, che riporta i dati tratti da una serie di rapporti
scientifici. I tempi di ripristino tendono ad allungarsi per le aree più
riparate a causa della persistenza del petrolio, ma la correlazione non è sempre diretta in
quanto sono presenti altre variabili (come, ad esempio, il tipo di petrolio). Se il petrolio
penetra nel substrato, il tempo di persistenza verosimilmente tende ad aumentare.
L’intensità del processo di infiltrazione è da mettere in relazione con il tipo di substrato.
Le coste caratterizzate da un livello di energia superiore a certi valori e da una elevata
porosità per la presenza di sabbia, ghiaia e pietrisco sono permeabili e il petrolio vi penetra
con una certa facilità. Se poi il petrolio viene adsorbito sulle superfici dei granuli nel
sottosuolo, e diventa più viscoso a causa della alterazione, può persistere nel sedimento
8
Sopra: Acque basse produttive, Giava.
A destra: Foresta pluviale, Amazzonia.
LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
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per molti anni. Per contro, il petrolio penetra facilmente negli strati compatti di sabbia
fine satura di acqua o nel fango e tende ad essere dilavato per azione del moto ondoso e
delle maree. Tuttavia, il comportamento del petrolio può essere molto diverso nel caso di
spiagge sabbiose riparate o di coste fangose ad alta produttività biologica. Le tane ed i
cunicoli creati da vermi, molluschi e crostacei, i fusti e le radici delle piante di palude
costituiscono le vie di penetrazione del petrolio. In condizioni normali, questi passaggi
consentono l’ingresso di ossigeno nei sedimenti, i quali altrimenti risulterebbero
anaerobici. Quando il petrolio si arena sulle spiagge può penetrare sotto la superficie e
provocare la morte degli organismi che normalmente creano i passaggi. Questi allora
collassano e le tane si riempiono dall’alto di sedimenti, se non vengono utilizzate.
Pertanto il petrolio risulta intrappolato in sedimenti anaerobici, dove la sua velocità di
degradazione sarà molto lenta, e gli organismi che tentano di ricolonizzare vengono a
contatto con idrocarburi tossici. In queste condizioni, vengono favorite specie
A sinistra: Dilavamento naturale su una costa
rocciosa con moderata esposizione. L’intervallo
di tempo tra le due foto è di 4 anni.
In alto: Bioturbazioni nei primi strati di
sedimento.
Sopra: Penetrazione di petrolio lungo vie create
da fusti e radici di piante di palude.
A sinistra: Il ripristino biologico dipende
dall’esposizione all’energia delle onde, ma
hanno influenza anche altre variabili, come il
tipo di petrolio.
Tempi di ripristino del bentos litorale
tempo di ripristino (anni)
riparato
parzialmente riparato
parzialmente esposto
esposto
esposizione crescente all’energia del moto ondoso
12
10
8
6
4
2
0
casi di ripristino in corso
casi di ripristino quasi totale o completo
FATTORI CHE CONDIZIONANO L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
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LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
Condizioni atmosferiche e variazioni stagionali
Le elevate temperature e la velocità del vento favoriscono l’evaporazione, che
determina una riduzione della tossicità del petrolio che rimane sull’acqua. La
temperatura influenza la viscosità del petrolio (e quindi la tendenza sia alla dispersione
sia alla penetrazione nei sedimenti). La temperatura, insieme con l’apporto di ossigeno
e di sostanze nutrienti, determina il ritmo di degradazione microbica che rappresenta
il destino ultimo del petrolio nell’ambiente. Nelle stagioni di riproduzione, uccelli o
mammiferi possono riunirsi in colonie o branchi, ed i pesci possono deporre e
fecondare le uova in acque basse costiere. Nei mesi invernali, grandi gruppi di
trampolieri migratori cercano il cibo negli estuari. Uno sversamento invernale di
petrolio in una palude salmastra può ridurre la germinazione primaverile dei semi.
Una marcata riduzione della fioritura può verificarsi se le piante vengono contaminate
dal petrolio nel periodo dello sviluppo delle gemme; anche in presenza di una buona
ripresa vegetativa, si avrebbe per quell’anno una minore produzione di semi.
Fattori biologici
Specie viventi diverse hanno differente sensibilità. Per esempio, molte alghe
marine sono abbastanza resistenti, probabilmente a causa del loro rivestimento
mucillaginoso e dell’azione di ripulitura delle maree. Al contrario, gli alberi di
mangrovia sono molto sensibili all’azione del petrolio. Di seguito sono riportate
osservazioni relative ai principali gruppi di piante e di animali.
Mammiferi
Balene, delfini, foche e leoni di mare sono raramente coinvolti
nei casi di sversamento di petrolio. Le lontre marine sono più
vulnerabili a causa delle loro abitudini di vita e della struttura
della loro pelliccia.
Uccelli
Gli uccelli che utilizzano l’interfaccia acqua-aria sono a rischio, in
particolare le strolaghe e le alche. Gli uccelli molto contaminati
dal petrolio normalmente non sopravvivono. Per il loro
risanamento sono necessarie esperienza specialistica e
attrezzature adeguate; i tentativi fatti da dilettanti possono
danneggiare maggiormente gli uccelli.
Il ripopolamento dipende o dall’esistenza di una riserva di
giovani esemplari, sessualmente maturi ma non ancora
accoppiati (es., urie) o da alti ritmi riproduttivi (es., anatre). Finora
non c’è evidenza che uno sversamento di petrolio abbia
danneggiato in modo permanente una popolazione di uccelli
marini ma, in circostanze eccezionali, popolazioni di specie a
distribuzione molto locale potrebbero risultare a rischio.
Gruppo
Osservazioni
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11
Pesci
Uova e larve in baie riparate e poco profonde possono subire
un’elevata mortalità al di sotto di strati di petrolio, soprattutto se si usano
disperdenti. I pesci adulti tendono ad allontanarsi dal petrolio. Finora
non esistono evidenze che qualche sversamento di petrolio abbia
danneggiato in modo significativo popolazioni di pesci adulti in mare
aperto. Persino nei casi in cui sono morte molte larve, non si sono avute
ripercussioni sulle popolazioni adulte, forse perché gli esemplari
sopravvissuti hanno avuto un vantaggio competitivo (maggiore quantità
di cibo e minore vulnerabilità nei confronti dei predatori). I pesci che si
trovano all’interno di vasche di allevamento ittico possono venire uccisi
o comunque diventare invendibili perché inquinati.
Invertebrati
Tra gli invertebrati sono da includere molluschi, crostacei, policheti,
ricci di mare e coralli. Tutti questi gruppi possono risentire di gravi
conseguenze se sono contaminati da petrolio greggio non degradato.
Per contro, è abbastanza comune vedere cirripedi, chiocciole di mare
e patelle che vivono sulle rocce in presenza di petrolio residuo
degradato dagli agenti fisici.
Organismi
In mare aperto non sono stati osservati gravi effetti sul plancton. Ciò è
dovuto probabilmente al ritmo elevato di riproduzione ed
all’immigrazione da zone esterne a quella inquinata che bilanciano
l’iniziale riduzione numerica causata dal petrolio.
Alghe
Il petrolio non aderisce molto alle alghe a causa del loro rivestimento
mucillaginoso. Quando il petrolio aderisce alle alghe asciutte sulla
riva, il sovraccarico le rende soggette a rottura per azione delle
onde. Le aree interessate da variazioni di marea sono di solito
ricolonizzate immediatamente dalle alghe, non appena il petrolio è
stato significativamente rimosso. Molte alghe hanno un’importanza
economica sia diretta in quanto risorse alimentari sia indiretta per i
prodotti derivati come l’agar. Le alghe coltivate a questo fine
perdono il loro valore commerciale se vengono contaminate.
Piante
Alcune specie di piante di palude sono più sensibili di altre al petrolio.
di palude
Le piante perenni, provviste di robuste radici e fusti sotterranei,
tendono ad essere più resistenti al petrolio rispetto alle piante annuali
caratterizzate da corte radici. Se tuttavia muoiono le piante perenni,
come l’erba Spartina, è probabile che le prime piante a ricolonizzare
l’area siano le annuali, come la Salicornia. Questo avviene in quanto
le piante annuali producono un gran numero di semi dispersi
regolarmente dalle maree.
Mangrovie
Il termine ‘mangrovie’ si riferisce a numerose specie di alberi e di
cespugli. Queste piante sono caratterizzate da una grande varietà di
forme di ‘radici respiratorie’ aeree (‘pneumatofori‘) che consentono loro
di vivere nel fango fine e poco ossigenato. Sono molto sensibili al
petrolio, soprattutto perché la pellicola di petrolio che va a ricoprire le radici
aeree inibisce l’apporto di ossigeno al sistema di radici sotterranee.
Sopra: I cirripedi e le patelle sono gli
invertebrati maggiormente presenti sulle coste
rocciose. Se muoiono a causa di uno sversamento,
il ripristino della comunità dipende dall’entità
dell’insediamento di stadi giovanili planctonici
sui substrati duri. Un’adeguata riduzione della
quantità e della tossicità dei residui di petrolio
determina il successo della ricolonizzazione.
Sopra: Mangrovie Avicennia morenti con gli
pneumatofori (radici respiratorie) ricoperti di
petrolio. Sotto: Particolare del sistema a
pneumatofori, con radici sotterranee orizzontali
e radici aeree verticali.
FATTORI CHE CONDIZIONANO L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
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LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
Operazioni di bonifica
Le tecniche di bonifica possono avere anche effetti dannosi ed è necessario consi–
derare l’ordine di priorità dei vari interessi biologici.
La rimozione fisica del petrolio dalla superficie dell’acqua riduce il danno
complessivo, diminuendo la minaccia nei confronti di uccelli e mammiferi. Anche la
bonifica di spesse masse di petrolio sulle spiagge può ridurre il danno, eliminando la
minaccia alla vita selvatica, riducendo la presenza di petrolio galleggiante in grado di
migrare altrove ed evitando la formazione di pavimenti asfaltici.
La rimozione di residui di petrolio, anche sotto forma di incrostazioni
degradate assorbite nei sedimenti, è più controversa. Da un punto di vista
biologico, ‘se il ripristino naturale è in atto’, cercare di eliminare tali residui,
creando ulteriore disturbo all’ambiente, non appare vantaggioso. Tale rimozione
può essere giustificata qualora il petrolio assorbito impedisca il ripristino naturale.
Nei casi in cui si decida di ricorrere all’uso di disperdenti, sono da valutare
preliminarmente le conseguenze di tipo biologico. I disperdenti possono
frammentare uno strato galleggiante, riducendo in tal modo la minaccia per gli
uccelli ed i mammiferi, ma in questo caso le particelle di petrolio si disperdono
negli strati d’acqua sottostanti. In acque profonde e aperte, questo petrolio viene
rapidamente diluito, ma nelle acque poco profonde esso costituisce una minaccia
maggiore per plancton, uova di pesci e larve. Per questo motivo, l’uso dei
disperdenti deve essere vietato in alcune aree, in certi periodi dell’anno.
La bonifica e gli interventi di ripristino possono essere molto utili,
particolarmente nelle paludi e nelle foreste di mangrovie. In entrambi i casi,
esistono esempi positivi di programmi di riforestazione, intrapresi dopo la
rimozione in massa del petrolio o quando la tossicità del petrolio si è esaurita
attraverso la degradazione naturale.
A destra: Riforestazione di mangrovie.
Sopra: Una sezione di sedimento proveniente
da palude salmastra del Galles. Uno strato di
olio combustibile pesante è stato ricoperto da
nuovi sedimenti nel corso di un periodo di 14
anni. La crescita di giunchi di mare, che si sono
sviluppati attraverso lo strato di olio, ha ben
ripristinato la vegetazione della palude. In
questo caso sarebbe stato meglio o peggio
rimuovere il petrolio?
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13
Il ripristino biologico, ovvero il ritorno di condizioni di ‘normalità’ dopo uno
sversamento di petrolio, può assumere diversi significati. La più recente
definizione, secondo Clark, è la seguente:
Il ripristino ambientale consiste nel ristabilimento di una sana comunità biologica,
nella quale sono presenti e interagiscono normalmente piante e animali tipici di
quella comunità.
Su questa definizione si possono fare due importanti osservazioni. Primo, la
ristabilita sana comunità può non avere esattamente la stessa composizione e
struttura di quella esistente prima del danno. Secondo, è impossibile dire se un
ecosistema ripristinato dopo uno sversamento di petrolio sia lo stesso o sia diverso
da quello che sarebbe stato se non fosse avvenuto lo sversamento. Entrambe queste
osservazioni originano dal fatto che gli ecosistemi sono in uno stato naturalmente
dinamico.
CHE COS’E’ IL RIPRISTINO ?
A lato: Entrambe le fotografie riprendono
foreste di mangrovie sane, dominate dalle stesse
specie. Quella a sinistra presenta molti alberi
giovani, probabilmente di età fra 5 e 15 anni.
In quella a destra sono presenti alberi più
maturi (alcuni di altezza superiore ai 30
metri). E’ difficile stimarne l’età, ma nel
contesto del discorso è sufficiente dire un
centinaio di anni. Un grave sversamento di
greggio probabilmente causerebbe la morte di
tutti gli alberi, a prescindere dalla loro età. In
entrambi i casi, il processo di ripristino potrebbe
iniziare dopo circa un anno, quando la
degradazione del petrolio nei sedimenti ha
raggiunto un punto tale in cui la residua
tossicità non inibisce la crescita delle pianticelle.
La struttura della giovane foresta si potrebbe
quindi ristabilire in circa 15 anni, ma ne
occorrerebbero 100 per ricostituire quella della
vecchia foresta. Nell’ultimo caso il tempo di
ripristino sarebbe di 100 anni, se per ripristino
si intende un ritorno della struttura alle
condizioni di età preesistente al danno, ma
potrebbe essere di 5–15 anni se viene applicata
la definizione indicata sopra nel testo.
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Combinati, i fattori topografici, antropici ed ecologici rendono molto complesso il
problema degli sversamenti di petrolio in ambienti di acqua dolce come, ad
esempio, quelli dei Grandi Laghi Africani (aree interessanti per l’esplorazione
petrolifera). Gli elementi che richiedono attenzione sono:
I GRANDI LAGHI AFRICANI:
UN ESEMPIO DI AREA
INTERNA VULNERABILE
Scenario ipotetico di uno sversamento di 30 000 t di petrolio nel Lago Tanganica
nel periodo dei venti meridionali (giugno–agosto).
300km
dopo un giorno
dopo 10 giorni
dopo 20 giorni
sversamento
Nord
A destra: Scenario ipotetico degli effetti di uno
sversamento di 30 000 t di petrolio sul Lago
Tanganica, nel corso di un periodo di 20 giorni
durante il periodo dei venti meridionali
(giugno—agosto).
Sotto: I Grandi Laghi Africani ospitano
numerose comunità e specie biologiche uniche.
G i laghi possiedono una minore possibilità di dispersione
naturale e diluizione del petrolio rispetto al mare aperto;
G numerose comunità di quelle zone dipendono
direttamente dai laghi per il rifornimento di acqua e dalla
pesca per la loro sussistenza;
G laghi come il Tanganica ed il Malawi sono antichi e vi si
sono sviluppate comunità biologiche uniche; vi sono
centinaia di specie di pesci e di altri organismi che non si
trovano in alcuna altra parte del mondo.
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Ringraziamenti
Il lavoro effettuato su progetti di sviluppo petrolifero in molte parti del mondo ha
costituito un inestimabile bagaglio di conoscenze, in parte utilizzate in questo
documento, e vorrei ringraziare tutte le società che lo hanno reso possibile. In
particolare, un recente lavoro, svolto per la Exxon da R. B. Clark, P. F. Kingston e
R. H. Jenkins, ha fornito specifico materiale per questo documento. Sono
riconoscente verso questi colleghi per le numerose e produttive discussioni. M.
Wilson e J. H. Oldham hanno contribuito in maniera inestimabile a vari progetti su
ambienti paludosi. Conoscenze sui Grandi Laghi Africani sono state acquisite
attraverso un progetto intrapreso con la International Association of Theoretical
and Applied Limnology; quelle sulle mangrovie sono state acquisite attraverso il
lavoro svolto con H. J. Teas. Il diagramma sulla catena trofica a pagina 5 è basato
su informazioni fornite da J. Green in The Biology of Estuarine Animals (Sidgwick &
Jackson, Londra, 1968).
Letture consigliate
Baker, J. M., Clark R. B., Kingston, P. F. and Jenkins, R.H. (1990). Natural
Recovery of Cold Water Marine Environments after an Oil Spill. Relazione
presentata al 13
o
Seminario AMOP, Edmonton, giugno 1990, 111 pp. Può essere
richiesto all’Institute of Offshore Engineering, Heriot-Watt University,
Edimburgo EH14 4AS, Scozia.
Clark, R. B. (1989). Marine Pollution (seconda edizione). Oxford Science
Publications. 220 pp.
RINGRAZIAMENTI E
LETTURE CONSIGLIATE
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The International Petroleum Industry Environmental Conservation Association
(IPIECA) is comprised of oil and gas companies and associations from around the world.
Founded in 1974 following the establishment of the United Nations Environment
Programme (UNEP), IPIECA provides the oil and gas industry’s principal channel of
communication with the United Nations. IPIECA is the single global association
representing the industry on key environmental issues including oil spill preparedness
and response, global climate change, operational issues and biodiversity.
Through a Strategic Issues Assessment Forum, IPIECA also helps its members
identify new global environmental issues and evaluates their potential impact on the
oil and gas industry. IPIECA’s programme takes full account of international
developments in these global issues, serving as a forum for discussion and cooperation
involving industry and international organizations.
Company Members
Amerada Hess
BHP Billiton
Bitor
BP
BG Group
ChevronTexaco
Conoco
ENI
ExxonMobil
Kuwait Petroleum Corporation
Maersk Olie og Gas
Marathon Oil
Metasource Pty Ltd (WOODSIDE)
Nexen
Pertamina
Petroleum Development of Oman
Petronas
Saudi Aramco
Shell
Statoil
TotalFinaElf
Unocal
Association Members
American Petroleum Institute (API)
Australian Institute of Petroleum (AIP)
Canadian Association of Petroleum
Producers (CAPP)
Canadian Petroleum Products Institute
(CPPI)
CONCAWE
European Petroleum Industry Association
(EUROPIA)
Institut Français du Pétrole (IFP)
International Association of Oil & Gas
Producers (OGP)
Oil Companies International Marine Forum
(OCIMF)
Petroleum Association of Japan (PAJ)
Regional Association of Oil and Natural
Gas Companies in Latin America
and the Caribbean (ARPEL)
Regional Clean Sea Organisation (RECSO)
South African Oil Industry Environment
Committee (SAOIEC)
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IPIECA
International Petroleum Industry Environmental Conservation Association
2nd Floor, Monmouth House, 87–93 Westbourne Grove, London W2 4UL
Telefono: +44 (0)20 7221 2026 Facsimile: +44 (0)20 7229 4948
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giovedì, luglio 17, 2008
REGNO UNITO
(ICE) - ROMA, 16 LUG - Con un'operazione da 1,57 milardi di sterline (circa 1.98 miliardi di euro), Co-operative Group, la quinta catena di supermercati nel Regno Unito, ha perfezionato l'acquisizione del rivale Somerfied. La quota di mercato di Co-op sale cosi' all' 8,3% e porta il gruppo di Manchester a ridosso di WM Morrison (11.4%), il piu' piccolo dei cosiddetti 'Big Four' (nell'ordine: Tesco, ASDA e Sainsbury's, e WM Morrison) che insieme controllano oltre il 75% del mercato della grande distribuzione organizzata. Acquistata per 1,1 miliardi £ nel 2005 da un consorzio comprendente le società di gestione di private equity Apex, Barclays Capital, la banca islandese Kaupthing e il magnate immobiliare Robert Tchenguiz, Somerfield era stata messa in vendita lo scorso Gennaio. Co-op potrebbe ora vendere, a sua volta, alcuni tra i 900 punti vendita Somerfield. Oltre ai Big Four, anche Waitrose e Iceland hanno manifestato il loro interesse in questo senso. (ICE LONDRA)